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Una SuperfigaMegaGiga incontra Massimiliano Neri.

Posted by SuperFigaMegaGiga on Nov 28, 2009 in but I prefer Naples, i migliori giovani imprenditori della vostra vita

Ogni promessa è debito.

E così eccoci all’intervista che qualche settimana fa, l’affascinante Massimiliano Neri ha concesso al blog che Voi amate, Cherchez la SuperFigaMegaGiga.
Un’intervista che non è stata un’intervista ma una lunga, lunghissima, breve, brevissima chiacchierata.
Il tempo si ferma, in un certo senso, quando si sta bene; il tempo si ferma dove c’è il bello.

E da Kukai Nibu c’è molto bello.

C’è il bello del locale, studiato dai proprietari Monica e Massimiliano con cura;  realizzato appositamente per ospitare mostre, piccoli impianti visivi, gallerie fotografiche.
C’è il bello delle persone che lo abitano: Monica e Massimiliano, per l’appunto, ma anche ogni singolo inserviente, sempre rassicuranti e gentili nel loro apparire. Alcuni di loro, come Nkouka Carine Prisca, sono anche dannatamente belli. Carine nello specifico è una donna meravigliosa ma non solo per bellezza, per charme, portamento e dolcezza: guai a chi me la tocca!
Ma il bello cui faccio riferimento è più che altro il bello del sentire, il bello del essere, per meglio dire dell’ente.
Il bello di amare il bello, in quanto più vero del reale.
Questa, se vogliamo, è stata la linea guida della mia conversazione con Massimiliano.

SFMG:”Qui da Kukai c’è molto “bello” siamo immersi nel bello. Fortunata coincidenza o scelta voluta?”


M.N.: In un certo senso è il Giappone stesso ad imporci il bello. In Giappone sei immerso nel bello: ne sei completamente circondato. E così in un ristorante giapponese quello che mia sorella ed io ci auguravamo di fare era trasmettere un po’ di questa bellezza.

SFMG:”Il Giappone… quando ne parli, ora come quando ci conoscemmo, ti brillano gli occhi. Da cosa dipende questo tuo rapporto così forte?”


M.N.: La mia “storia” con il Giappone parte da molto lontano. Nella mia vita ho viaggiato molto in gioventù, ma il Giappone non lo avevo mai toccato. In un secondo momento, mi sono iscritto all’università, in Francia a Parigi, lasciando la Federico II di Napoli, presso la quale ero iscritto inizialmente. Frequentavo, a Parigi,  la facoltà che in Italia chiamiamo di Economia e Commercio, e, dopo un breve viaggio privato in Giappone, capitò un progetto di ricerca proprio lì. Erano gli anni della tremenda crisi asiatica delle borse. Non era proprio il mio topic: i miei studi erano inizialmente indirizzati verso l’economic business administration. Successivamente però, dopo un perfezionamento fatto a Londra, gli studi più strettamente finanziari mi attrassero. E poi, ecco, l’idea di vivere a Tokio… Quindi feci domanda e l’Università di Tokio, la Waseda University, con la quale il mio ateneo era gemellato accolse la mia canditatura. Sarei dovuto rimanere pochi mesi, ci rimasi per oltre 14 mesi e di fila.

SFMG:”Oltre un anno in Giappone, a Tokio, venendo da Napoli, passando per Capri, Parigi, Londra e gli Stati Uniti. Una vita da girovago, ma cos’è che ti colpì a tal punto di questo paese da fartene, in un certo senso sposare la filosofia?”


M.N.: Tutto. Non c’è niente che non mi abbia colpito. Ma forse soprattutto la loro idea che il bello sia semplice e quindi debba essere perseguito. Mi spiego e posso farlo con estrema banalità attraverso la presentazione che noi facciamo dei nostri piatti. Realizzare un piatto grazioso a vedersi, ma in modo semplice, non è poi più di tanto difficile e laborioso che mettere a casaccio le pietanze nel piatto. E allora, mi sembrava dicessero i giapponesi, perché non farlo? Ma poi ancora più del bello – che pur semplice dà una tale soddisfazione a chi lo riceve (ma in un certo senso anche a chi lo realizza) che comunque non vedo perché non inseguirlo – quello che mi colpisce di questo popolo è la loro democraticità. Tutti hanno diritto al bello, al gusto. Tutte le classi sociali, tutti i portafogli. Qui in occidente, purtroppo, non è così. Solo gli abbienti hanno accesso al bello.

SFMG: “Da come descrivi la situazione parrebbe quasi che per noi, oramai, il bello sia coincidente con il concetto di lusso, concetto molto più sdrucciolevole, a mio modo di vedere…” – ecco come fa riflettere anche una cabrona un vecchio, ma giovane, saggio.
SFMG: “Quindi tu parli di una sorta di normalità del tendere al bello in Giappone, se ho beninteso.”

M.N.: In un certo senso sì, ma, forse, vorrei dire qualcosa di ancora più importante. In Giappone c’è una grande disponibilità verso il prossimo. Perché per loro, poi, per quello che ho potuto vedere, nella mia iniziale permanenza e nei miei successivi viaggi, portare all’altro il bello è un modo di essere disponibili, gentili verso l’altro. Non capisco, infatti, quando si dice che i Giapponesi siano solo falsi e manierosi: non credo affatto sia così. Per loro chi chiede un aiuto ne ha davvero bisogno. Non so riesco a spiegarmi. Se qualcuno ti chiede un’informazione è perché davvero ne ha bisogno e quindi tu, se puoi, davvero devi aiutarlo. Non c’è l’idea della fregatura, quella tipica che abbiamo noi occidentali e nello specifico, ahi noi, noi Italiani. Ricordo che una volta tornai per piacere a Kioto e chiesi un’indicazione ad signore. Mi confessò dopo alcuni minuti, nel corso dei quali mi aveva accompagnato personalmente alla mia destinazione, di aver spostato una riunione di lavoro per aiutarmi. Ecco io credo che questa sia l’espressione dell’essere Giapponese: una completa disponibilità per l’altro ma non in un modo rinunciatario, ma in quanto manifestazione dell’UOMO.

SFMG: “In che senso? Vorrei approfondire questo punto, se ti va.”


M.N.: Certamente, mi spiegherò al meglio, allora. Quello che vorrei significare del Giappone, o almeno, del Giappone per come lo ho vissuto e lo vedo io, è, principalmente, l’enorme rispetto che questa civiltà ha per l’essere umano. Questo si declina in mille differenti modi dai più piccoli, tipo gli incarti degli acquisti (qualsiasi cosa compriate vi sarà sempre offerta al meglio, con inventiva, delicatezza, bellezza), a quelli più grandi o comunque in un certo senso estremi. In metropolitana, ad esempio, ogni volta che si deve obliterare il biglietto davanti a voi ci sarà uno schermo e in quello schermo una donna che si inchina. Questo è quello che volevo intendere. La circostanza, che dà grossa serenità, che tutto sembri fatto per te, ma in una maniera dolce, non intrudente.

SFMG: “Una bellezza serena, non aggressiva.”


M.N.: Potremmo dire anche questo.

Ecco potrei io, invece, dirvi tutto il resto che ci siamo detti noi, un giovedì che era mattina ed è diventato poi pomeriggio, ma io non sono giapponese e tanto bello non so diffonderlo.
Forse per egoismo non voglio… preferisco lasciarvi con la sensazione di quel dolce fibroso, zuccherino ma non stucchevole che io ho rinvenuto nel sorbetto di loto, ultima, solo per ora, delicatezza che Massimiliano Neri ed io abbiamo gustato insieme.
Ecco, se non lo conoscessi, fossi in voi da Kukai Nibu ci andrei.
Poi… fate vobis.

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Massimiliano Neri incontra una SuperFigaMegaGiga e la trasforma in una netta MacGnoccaTeraByte.

Posted by SuperFigaMegaGiga on Nov 25, 2009 in i migliori giovani imprenditori della vostra vita

Non voglio nasconderlo: io a Massimiliano Neri sono molto legata, e non so perché.

O meglio non lo sapevo prima di due settimane fa.

Tutto tra noi nacque per il più banale dei motivi per i quali si può conoscere Massimiliano Neri: andai nel suo locale, Kukai Nibu;  il ristorante giapponese del quale è proprietario insieme alla diletta sorella Monica Neri.

Sono passati quasi 3 anni e io cliente lì dentro non mi ci sono mai sentita.

Perché, prima di tutto, questa è la tendenza naturale della famiglia Neri, non di rado, infatti, capita di incrociare nel bellissimo locale di Via de Cesare, nelle prossimità di P.zza Trieste e Trento, la mamma di Massimiliano e Monica (donna bella, probabilmente, più dei suoi figli): non esistono clienti da Kukai Nibu, ma ospiti.

Ospiti in un senso giapponese del termine, ma anche napoletano, ma anche greco, ma anche latino, ma anche africano, ma anche brasiliano.

Sembro Veltroni e la mia frase appare senza senso, e non voglio fare una freddura.

Mi spiegherò e bene, spero.

Io tra tutti, forse, sono stata meno cliente degli altri.

Con Massimiliano ho sempre parlato molto, di “cose” se vogliamo anche personali; di lavoro talvolta. Di come muovermi in un mondo, quello della “intrapresa” intellettuale, che mi pareva molto ostico, a Napoli, soprattutto,  e come donna, in special modo.

Chiedendo a  lui che, sebbene di poco più grande, ha del mondo una esperienza incredibile per mille variegati motivi.

Massimiliano indica le strade, ecco.

Se dovessi definire lui, direi questo.

Ancora prima di considerarlo una delle persone più belle fisicamente che vedrete nella vostra vita, ed è così, indubitabilmente.

Ancor prima, se ne avrete la possibilità, di ammirarne il nitore umano.

Far superare la propria bellezza esteriore ed interiore quando sono così evidenti (non tiriamola per le lunghe è stato in gioventù anche un super modello, ma a livelli internazionali), è capacità singolare, volendo anche un po’ inquietante.

Massimiliano dal punto di vista di una MacGnoccaTeraByte, di un qualunque Thylacino (immaginerete bene quanti ce ne siano), ci riesce in pieno.Supera e fa superare le sue ricchezze dalla sua voglia di comunicare il bello, ma quel bello che è il buono, quel buono che io amo definire il VERO; altri gli darebbero altri nomi.

Chiaramente è un imprenditore, non è il piccolo Buddha, né io, persona ironicerrima, l’avrete capito, son qui a santificarlo.

Eppure è un imprenditore che ha guardato il futuro, investendo i suoi soldi prima e la sua passione poi, o forse la sua inventiva prima e la sua energia fisica poi, in un progetto che poteva anche apparire folle: un ristorante giapponese a Napoli ai margini di quelli che si definiscono Quartieri Spagnoli.

Quegli stessi quartieri che la televisione (ma oramai anche il comune sentire degli stessi napoletani) ci insegna a considerare come i più problematici della nostra città, non considerando che se è una città intera ad avere delle difficoltà, beh allora ogni luogo non è lontano, come si potrebbe dire con Richard Bach.

Un imprenditore che ha saputo tirare nel suo sogno una donna, la sorella, forse più “realista” di lui, ma che adesso è la prima Kukai addicted che lavora, “suda”, immagina tutto per il “loro figlio”, lei che un figlio Me-Ra-Vi-Glio-So ce l’ha in carne ed ossa.

Un ragazzo, questo è poi Massimiliano; un ragazzo come tutti noi, che vince se stesso ogni giorno. E che passa in pochi anni da un piccolo locale ad un grande ristorante, ma rimane sempre lì, in mediotas res, in quella Piazza Trieste e Trento che gli ha portato fortuna.

Quel locale lo rinnova in continuazione ne fa ciò che meglio crede: oltre che ad una ristorazione a mio sommesso avviso (e lo sapete, io altrove, mi chiamo anche le gourmand) di un certo tipo, mi riferisco a collaborazioni artistiche ma anche filantropiche.

Come, ad esempio, il calendario realizzato a favore dell’Unicef, le cui foto, tutte bellissime ancora campeggiano nei locali del ristorante.

Ne fa un piccolo centro culturale, se vogliamo, nel quale ogni dipendente, al di là del cuoco giapponese, viene da una parte diversa del mondo, con tutte le difficoltà burocratiche che il nostro stato ha sempre regalato a chi vuol mettere in regola persone extracomunitarie.

E quando quel locale non gli basta intellettualmente più?

Beh ne fa un altro, il nuovissimo Kukai Nano, dedicato alla cucina indiana.

E poi c’è easysushi, progetto internet di pronta consegna, realizzata, voi non ci crederete, con un taxi.

E tutto questo, avete fiducia in me?, non per smania di guadagno: i Neri per quello che ne posso capire io, non sono chiaramente Francescani, quelli li troviamo nei conventi, ma dei curiosi, amanti del bello, portatori di novità.

Per come conosco Massimiliano -e due persone che hanno avuto anche delle incomprensioni, minime ma le hanno avute, beh un po’ si conoscono – insomma per quel che capisco di Massimiliano Neri lui è quello che era il mercante di epoca post-rinascimentale: l’uomo curioso, eclettico, cosmopolita che era di tutti i luoghi perché era di un solo luogo.

Thanking God il solo luogo di Massimiliano è Napoli, o meglio se stesso; ringraziando Dio io l’ho conosciuto e – dopo l’incontro di cui parlo al prossimo post, una sorta di intervista: Dott.ssa Donatella Gallone i suoi insegnamenti giornalistici sempre, sempre, sempre in testa, nella pancia e nel cuore –  posso dirmi sua amica.

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