Va bene tutto: il processo breve, il legittimo impedimento, il lodo Alfano tris e quaterna, ma no, io dico un netto, secco e chiaro no a “Noi amiamo Silvio”, pratico fascicolo acquistabile in edicola con le foto più belle del Premier.
Poco meno di 10 euri e potremo guardare il nostro caro amato Mr. B. raffigurato nei suoi momenti di più grande successo, qualunque momento sia considerato tale dalla mente del salace editore Alberto Peruzzo.
Ebbene sì, vedevo “Amici” e questa pubblicità mi ha fatto sobbalzare sul divano (rischiando anche che mi cadesse il plaid, sorbole).
Lo so, con questa ammissione mi sono inchiavicata: guardo “Amici” e per di più coperta da un plaid.
Ma le verità, anche se scomode, non vanno taciute.
E la verità è che io a questo non ero ancora pronta. No.
Su queste sempre più pregevoli paginette web non l’ho detto ancora, ma io amo, anzi stra-amo e forse perfino venero il mio Marco, Marcolino, in each position Travaglio.
Sì, quando lo chiamo “in each position“, io intendo proprio quello.
Mi spiego: lo leggerei, lo guarderei, lo ascolterei, in tutte le posizioni. Che avevate capito, veh!
Io Marco Travaglio lo trovo buono, bravo e bello.
E mi piace pure, in effetti.
Ma non è tanto questo il punto.
Io credo che Travaglio sia uno dei pochi giornalisti rimasti in Italia che ancora studiano, si documentano, vanno alla ricerca dei fatti, li osservano, cercano di capirli per quelli che realmente sono.
Moltissime persone disprezzano Travaglio per il suo modo di fare, scrivere, pensare.
Io lo ammiro e non poco.
Non lo trovo affatto fazioso, né dedito ad una sola parte, che poi non saprei neanche dire quale sarebbe. Direi, anzi, che Marcolino mio abbia parole più acrimoniose per il centrosinistra che per Berlusconi.
Adoro i suoi libri; trovo sempre interessanti i suoi interventi ad AnnoZero, la trasmissione di approfondimento di Michele Santoro in onda (finché dura) tutti i giovedì su Rai2 in prima serata; stra-lovvo “Il Fatto quotidiano”, il nuovo giornale che ha fondato insieme ad Antonio Padellaro e del quale sulla giovine parlavo talmente tanto da essere stata uno dei primi risultati ad uscire su google cercandone il nome.
Insomma sono senza dubbio quella che si potrebbe definire una groupie di Marco Travaglio: in questa prospettiva non vi rammaricherete se vi dirò che lo trovo attizzante anche nel video che vi propongo, raffreddato, con una camicia improponibile e con tanto di maglia della salute che vi fa capolino.
Più ancora però del suo sublime apparire fisico, quello che mi piace dell’ultimo “passaparola” di questo annus horribilis per la politica italiana, è quello che Marco Travaglio dice sugli inciuci perpetrati da D’Alema nel corso della sua interessante carriera politica.
Travaglio fa sempre riflettere, anche quando non se ne avrebbe voglia, ma riflettere, fa sempre bene.
Et SuperFigaMegaGiga – ma in questo caso, forse, ancora di più MacGnoccaTeraByte - condividet.
Come dicevo qualche post fa, in questo periodo io sono troppo troppo centrata sul mio ombelico per accorgermi di quello che mi succede intorno. Ascolto poco le notizie, sto perdendo la mia salvifica capacità di indignarmi, so poco, leggo perfino poco i quotidiani, sed etiam il mio favorito “Il Fatto quotidiano”.
Eppure non è che sia proprio fuori dal mondo, e così avevo subito saputo dell’aggressione ai danni del nostro premier avvenuta domenica scorsa a Milano.
Anzi ad essere onesti l’avevo saputo con un paio di ore di ritardo, guardando al volo il Tg delle 20.30 di Rai2.
Apprendere la notizia, sentire già quella ridda di commenti, considerazioni, pensieri, come sempre mi aveva dato un po’ alla testa e poi, ammetto, qualche sorriso mi scappava.
E non è bello, no, non è bello affatto. Ridacchiare del fatto che un folle abbia “chiavato appresso” ad un vecchio signore di oltre settanta anni una riproduzione di un duomo su cui, oltretutto troneggia una Madonna, non è una cosa bella affatto. E la cosa più tragica è che se ci penso all’improvviso mi viene un po’ da ridacchiare anche tutt’ora. Poi però mi pento, veh.
Ma forse il punto è che io le immagini non sono riuscita a vederle: ho sentito che comunque Berlusconi si è fatto molto male, ha perso molto sangue, i danni che ha riportato sono anche più gravi di quanto inizialmente i sanitari pensassero e questo mi dispiace realmente molto.
Perché l’oppositore politico certo non si limita nel suo agire cercando di fermarlo fisicamente.
Vi è da dire – e questo vorrei fosse chiaro – che l’azione di un folle sconsiderato quale pare sarebbe questo Tartaglia, non rappresenti affatto un gesto di rappresaglia politica.
E, come sempre, il mal di testa per le valutazioni e le controvalutazioni a caldo che ho potuto ascoltare durante quel famoso tg, mi veniva proprio per questo: cazzarola, in Italia, siamo sempre dannatamente bravi a strumentalizzare tutto, tutto, tutto. E così dalla destra si guarda a quello che si diceva a sinistra, dalla sinistra si facevano enneagrammi su quello che traspariva dalle controrisposte della destra, creando un grande marasma sempre più assurdo, involuto, senza senso.
Come spesso, troppo spesso accade, la notizia, perfino una notizia di questo tipo (indubbiamente molto caricata, credo si sia parlato con meno trasporto negli Stati Uniti della morte di JFK), tende a scomparire, surclassata dalle impressioni sulle dichiarazioni di Tizio che rispondeva alla riflessione di Sempronio che a sua volta riportava le idee di Caio, che probabilmente si era contrapposto a Mevio, su quello che era successo a Berlusconi.
Ma insomma!
Come se non bastasse, la situazione ha avuto altre evoluzioni imponderabili: a pochi minuti dalla divulgazione dell’aggressione a Berlusconi, in rete e, in special modo su Facebook, sono iniziati a proliferare commenti positivi nei confronti di Massimo Tartaglia, sono sorti molti gruppi che in quel social network inneggiavano alla violenza contro il premier.
Non sono mancate le considerazioni politiche, ovviamente.
E, altrettanto ovviamente, queste sono state atecniche ed imprecise.
Ma perché dirvi io male, qualcosa che Riccardo Pizzi, dice, come fortunatamente non di rado avviene (si potrebbe fare quasi un detto “Pizzi e bene assai spesso avviene!“), in modo egregio?
Altri spunti sul tema della voglia di censura alla rete vengono anche dal caro amico Fabrizio Reale, il quale riproponendo un’immagine di Goya (uno dei miei pittori preferiti), mi conferma, ancora una volta, che potevamo essere migliori amici!!!
Ecco magari lo diventeremo.
Nella foto un Pizzi nella migliore forma fisica, acciderbolina per la sigaretta!
Io Tiziano Ferro lo adoro, l’unico errore che feci con lui è che la sua prima canzone, Perdono, mi fece straca–re.
Beh capita anche nelle migliori famiglie qualche piccola incomprensione, no?
Ma già da Rosso Relativo, capii. Sì, io capii.
Capii che quello era un fucked genius. Uno che, se vuoi, ci prendeva anche un po’ per il culo con le sue rime strampalate, le sue frasi solo apparentemente nonsense.
E anche ascoltando a manetta L’Olimpiade, riflettevo sulla sua incredibile follia, una follia positiva. Una delle mie insegnanti di step, una ragazza divertentissima, la metteva a manetta, in continuazione, mentre facevamo gli addominali (io ero la reginetta incontrastata degli addominali!) e io pensavo, pensavo.
Poi negli anni sono usciti mille e un capolavoro, scrigni di frasi surreali, piccoli capricci in cui le rime si fanno in ossequio al nobile principio che informa gran parte della nostra legistazione: il principio ad capam mentulae. E grazie a questo principio è lecito, legittimo e, anzi, auspicabile dire “di sere nere, puoi rima-nere”, perché diciamocelo: è così che ci piace, sì, è così.
Ma la vera verità è una e una sola: Tiziano Ferro è un grandissimo artista. Un uomo dalla voce particolare, ben utilizzata, un interprete intenso, uno scrittore di testi sempre sorprendenti.
Quelli dell’ultimo album, “Alla mia età” lo sono in particolare, a mio giudizio.
Tra tutte quelle che ho ascoltato, non ce n’è alcuna che non mi piaccia, che non mi colpisca, che non parli di me. E questo, a mio giudizio, è ciò che tributa il vero successo alla musica pop: le canzoni devono essere totalmente universali.
Ebbene, non c’è a mia memoria, una canzone di Tiziano Ferro che non parli anche di me, di un mio momento, del mio passato, di un ricordo, del mio presente.
Così come del vostro, probabilmente.
Chi può dire che non gli sia capitato di pensare “di amarsi per questa sera ché domani sarebbe rientrato in sé”?
Come negare di avere passato momenti nei quali “si aveva freddo, ma non ci si copriva”?
E quando si è innamorati non capita di cambiare e “di guidare piano, anche se è strano”?
Potrei continuare ad infinitum o quasi, perché Tiziano Titti Ferro c’è, e perché io ci faccio, e per amore di una mia idea, beh, tutto.
Ma la verità è che a mio giudizio la forza di Ferro e della sua musica, in un certo senso anche della sua potenza lirica, é tutto in questo: nella sua grande universalità. Ma lo scatto in avanti, quello che per me lo fa risiedere nell’olimpo dei grandi e ce lo lascerà per sempre, è questo. Tiziano Ferro è universale senza essere banale, perché gioca con le parole, le viola, le stravolge ma le ama intimamente, le rispetta.
Titti è un piccolo futurista con il gusto del paradosso, e come anagramma del suo nome lui, lui ha una notizia: è un grande!
Capita che dal 8.12.2009 aprirà a Napoli un concept store, lanciato dalla Viviani Eventi Temporay shop. Per lanciare questo concept store che poi vai a capire che sarà, dove sarà, cosa dirà (chiamerà mogliettina, olezzo di verbena, i nomi che mi dava al suo venir…)*, la summenzionata società (azz, Avvocà come parlate bbbbuon’!), insieme alle Agenzie di comunicazione integrata Fan Media e Zoomart.net hanno ideato, a mio giudizio, un’interessantissima campagna di guerrilla marketing.
La loro idea, sviluppata da Claudia Di Donato, Valeria Barulli, Fabrizio Perrone, Andrea Marquardt e Virgilio Panarese, è sostanzialmente un’idea di eco-marketing, rispettosa del tessuto e dell’arredo urbano. E spesso, duole dirlo, avere rispetto dell’arredo urbano di Napoli, beh, ce ne vuole.
Ma facciamo un passo indietro. Cosa si definisce quando si parla di “guerrilla marketing”?
Sbirciando wikipedia, ho appreso che tale termine fu coniato, per la prima volta, dallo statunitense Jay Conrad Levinson, il quale, nel 1984 (quando si dicono date di un certo tipo, no George?) lo usò per definire una nuova forma di pubblicità che, innovativa, estremamente creativa e per certi versi anche aggressiva, fosse in grado di stimolare e coinvolgere la psiche e le capacità immaginifiche dell’utilizzatore ultimo”, termine che all’epoca dei fatti non provocava scoramento (pare che stranamente non fosse usato dagli avvocati del presidente Reagan per definire i suoi consessi sessuali con attrici), indicando semplicemente il probabile acquirente.
Altra caratteristica della guerrilla marketing è l’utilizzo di budget economici molto contenuti.
Il libro in cui si discetta di questa tecnica è edito anche in Italia, per Castelvecchi Editore: “Guerrilla Marketing. Mente, persuasione, mercato” di J. Conrand Levison e Paul R. J. Hanley.
Sempre leggendo la pagina wiki dedicata a questo tipo di operazioni pubblicitarie, leggo una cosa che mi fa tremare le vene dei polsi: anche i Luther Blisset hanno fatto delle operazioni di guerrilla marketing.
Ecco io considero Q (di cui è da pochissimo, il 16 novembre, uscito un’ideale sequel: il suo titolo è Altai, non vedo l’ora di prenderlo anche se costa caro come il fuoco!! ) uno dei libri della contemporaneità più belli – ancorché duro ed ostico – che io abbia mai letto. Del resto ho anche amato “54″ pubblicato sotto lo pseudonimo di Wu Ming che ha rappresentato una lettura piacevolissima: mi ha fatto capire come esistano ancora persone che, magari, non essendoci neanche nate, colgano la reale essenza della napoletanità.
Ma torniamo all’operazione realizzata a Napoli per il lancio del nuovo concept store previsto per l’8 dicembre prossimo venturo: l’idea dei ragazzi che ho nominato in precedenza, è stata semplice ma deflagrante. Hanno lucidato le mattonelle di pavimentazione di luoghi nevralgici della città: P.zza Fuga, Mergellina davanti alla Funicolare Centrale, un pezzo di Parco Margherita, P.zza Amedeo.
Le mattonelle sono state lucidate di modo che prendessero l’aspetto dei loghi delle società che hanno organizzato l’evento Fan Media, ZoomArt, e Viviani Eventi, per l’appunto.
Su tutte troneggiava una data: 08.12.2009.
Data che, poi, per me è carissima visto che vedrà i natali un progetto molto importante di un mio grande amico, il cantautore Mimì De Maio (quasi dottore in legge, quando si dice genio e sregolatezza, e dire che io è più di un anno che te lo dico: molla tutto che have fà co sta laurea in Legggggggg’?!), una robetta incredibile - come tutte le robe che Mimì fa – e della quale ho parlato qui.
Io, purtroppo non ho potuto vedere la realizzazione dal vivo di questo progetto di guerrilla marketing, anche se non capisco come mai: quello schiavista dell’Avv. Bisou mi fa girare per tutta la città sotto la sua costante e sferzante sferza! Ringrazio quindi estremamente il Dott. Andrea Vitolo che l’ha messa alla mia attenzione e il preziosissimo articolo di Positano News, quotidiano on line di informazioni, curiosità, cronaca, cultura, società e spettacoli della penisola Sorrentina ed Amalfitana che però copre tutta la Campania con la sua effervescenza “naturale” – scusi Sig. Ferrarelle!
Un sito ”che spacca” per dirla con voi gggiovani e che vanta già 200.000 accessi unici al mese.
Peccato che ben presto avrà come diretto competitors “Cherchez la SuperFigaMegaGiga” !
*e no non sono del tutto brasata, la notizia che mi interessa non è il negozio: è proprio l’operazione in sé e per sé, per questo non me ne curo di saperne un’acca.
Gli arretrati di quello che vorrei scrivere non si contan più.
Epperò oggi, forse forse, farò una cosa che mi piace tanto.
Vedere un film, che film.
“Nel paese delle creature selvagge – Where the wild things are”, il film, tratto dall’albo del disegnatore Maurice Sendak è per la regia di Spike Jonze e la sceneggiatura dello stesso regista – famoso per avere realizzato film stimolanti come, uber alles, “Essere John Malkovich” – e lo scrittore Dave Eggers, appartenente alla migliore scuola americana, la stessa che annoverava DFW, tanto per intederci.
L’albo “Nel paese dei mostri selvaggi”, consigliatomi da Andrea credo sia una delle cose più belle che io abbia mai letto in vita mia. E io, che sono una donna fortunata, del resto se non è fortunato chi ha capito che la morte non esiste, di cose belle ne ho lette tante. Mai vista tanta tenerezza, tanta dolcezza, tanto divertimento in così poche tavole poi. Davvero, ma davvero proprio è un libro che dai 2 ai 99 anni si deve leggere. E continuare a consultare, perché beh ci trovi sempre qualcosa di nuovo, qualcosa di bello, qualcosa di grande.
Di Sendak ho letto e regalato anche un altro albo “Luca, la luna e il latte”. Anch’esso bellissimo, davvero. Ma più sofisticato, più alchemico. Quindi in un certo senso mi è piaciuto di più, ma avrebbe dovuto di meno. Sì perché la chiave della vita, signori e signore, è la semplicità.
La semplicità è la cosa più sofisticata (ma nel senso ovviamente traslato del termine) del mondo. Quella che più risulta difficile da ottenere, quella per la quale, usando la metafora di Sendak, bisogna viaggiare per anni, e anni, e anni, e lustri per miglia e miglia e miglia.
E trovare il piatto ancora bollente.
Ecco spero di ritornare con il cuore nello zucchero, so già che lo farò.
Non avevo seguito molto, essendo fuori dal mondo, come tutti i professori sono invece fuori dal tempo, ma pare che si stia scatenando una certa querelle,e di un certo peso, sulla possibilità di proiettare in Italia l’ultimo film di Alejandro Amenàbar.
Il regista spagnolo, nato a Santiago del Cile nel 1972 – portato al successo dalla co-produzione del grande Pedro Almodòvar – ha firmato un biopic dedicato a Hypathia di Alessandria, “Agorà”, un film che trattando di mille temi ed essendo fortemente femminista, comunque a parere di certa critica spinge eccessivamente e in senso negativo sul comportamento delle comunità protocristiane.
Di quelle comunità che avendo preso finalmente e definitivamente potere, a distanza di oltre un secolo e mezzo dall’Editto di Costantino, applicavano alle altre religioni e, soprattutto alle recrudescenze del paganesimo, ciò che fino a pochi anni prima avevano patito in prima persona.
Infatti nella pellicola, ambientata nel IV sec d.C., ciò che tra le mille altre cose emerge, almeno da quanto detto dalla critica dopo la visione a Cannes, – non pochi hanno definito il film un po’ “baraccone” e sovraccarico – è una visione della prime comunità cristiane dotate di potere come altamente lesive della libertà altrui e della sete di cultura o comunque dell’amore per la sapienza: mi pare di capire che il film getterebbe addirittura sui i Cristiani la responsabilità dell’incendio della biblioteca di Alessandria.
Ad ogni buon conto, visto che stiamo parlando di un film di Amenàbar, un regista diciamolo di un certo peso – premio Oscar con un film bello e dolente come il “Mare dentro” – il quale ci regala anche in questo caso una pellicola complessasu di un tema poco conosciuto, quale la vita di una delle più grandi sapienti di sesso femminili della storia, (l’astrologa e matematica, filosofa di chiara fama) quella Ipazia, martire della scienza, la cui vicenda è, purtroppo, ancora misconosciuta, forse, allora, sarebbe d’uopo dare al film ed ad Amenàbar una chance in più, anzi una chance tout court. E anche nella nostra povera patria.
Il fatto che la sua uccisione sia stata demandata da un cristiano, per altro poi canonizzato, il vescovo Cirillo, come si dice, sia vero o meno, non rileva, né credo che Amenàbar (o chi per lui) si sia ripromesso di gettar luce su uno dei cosiddetti “gialli” della storia.
Credo che un film di questo livello, almeno sulla carta, un film che altrove, Francia e Spagna, in attesa dell’uscita al box-office U.S.A., sta mietendo successi – e considerevoli -, beh almeno debba trovare distribuzione nel nostro paese.
Forse Hypathia, interpretata da una bellissima Rachel Weisz, era un simbolo troppo laico, era troppo intelligente per l’epoca, era troppo se stessa, non so.
Non lo so davvero.
Resta perfino probabile che il film del regista spagnolo sia davvero astrusamente e assurdamente anticlericale, ma dobbiamo vederlo e poi criticarlo, vietarlo mai.
I film, i libri, le opere d’arte si sono negate e vietate in periodi estremamente bui. Io non credo e non voglio credere che questo sia un periodo buio.
E poi ecco, sebbene sia vero che chi giace si dà e ci dia pace, io non vorrei che Ipazia fosse torturata e offesa ancora una volta.
Domani, martedì 10 novembre alle ore 18.00, presso “La Feltrinelli” di p.zza dei Martiri di Napoli, il giornalista de “La Repubblica” e dell’ “Espresso” – oramai da anni scrittore d’inchiesta – Curzio Maltese, presenterà la sua ultima creatura.
“La bolla. La pericolosa fine del sogno berlusconiano” edito da “Feltrinelli”, è un libro d’inchiesta che guarda gli ultimi decenni vissuti dal nostro paese, quello che si potrebbe agevolmente chiamare il “quindicennio” berlusconiano, in maniera cronachistica, al di là di quello che ognuno di noi ne possa pensare, e di qualsiasi interpretazione si voglia dare di tale definizione che io qui, pongo neutramente.
Conoscendolo, e leggendo gli estratti del libro, gentilmente inviatimi dalla Dott.ssa Pavolini, responsabile eventi de “La Feltrinelli” di Via Santa Caterina a Chiaja, ho idea che il carissimo Curzio non parli in senso di grande encomio del Cav.
Beh ogni parere è parere.
I miei imparerete a conoscerli, con il tempo, se non sverrete dalla noia, ovviamente.
In ogni caso io credo proprio che assistere all’evento organizzato da Chiara domani alle 18.00 (arrivate presto i posti son sempre pochi!!!), valga la pena. Con l’autore milanese interverrà Giustino Fabrizio.
Curzio Maltese è comunque uno dei talenti maggiori dello scassatissimo giornalismo italiano; un giovane, sì perché a 46 anni in Italia si è a momenti ancora una promessa, che ha coraggio intraprendenza, curiosità, e last but not least capacità e una penna, a mio sommesso avviso, catturante.
Io vorrei andare, spero di esser libera dai ceppi di Bisou, nel caso ci vediam lì.
Sul berlusconismo mi son interrogata anch’io, inter alia, qui.