Brothers di Jim Sheridan.

Posted by SuperFigaMegaGiga on Dec 26, 2009 in cinefilia |

Il nuovo film di Jim Sheridan, “Brothers”, è una storia senza ritorno.

La guerra, quella amara, crudele, cruda, quella dell’Afganistan, “Endurance Freedom”; la guerra, quella ancora più truce che ogni uomo perso combatte contro di sé; i dissidi di una famiglia disfunzionale che ricadono nella vita dei suoi stessi componenti e in quella dei loro discendenti a distanza di decenni; l’attrazione proibita tra i superstiti, tra quelli che rimasti in vita vorrebbero essere morti e che tornano a vivere grazie a quel poco che c’è, a quel che si trova, una nuova credibilità da un lato, un sopravvivere non più meramente esistenziale dall’altro.

Questo è quello che l’irlandese Sheridan, già regista de “Il mio piede sinistro” e de “Nel nome del padre”, mette sul piatto, un piatto ricco, indubbiamente, perfino un po’ troppo saturo.

Una famiglia, quella del capitano dei Marines Sam Cahill, già in nuce maledetta: Sam, bravo figlio di famiglia, protegge il fratello minore galeotto da se stesso e dalla vibrante disapprovazione del padre, anche contro il volere della moglie, giovane donna, madre di due bambine piccole che quasi non vuol far entrare la devianza, rappresentata dall’inquieto cognato, nell’alveo della sua famiglia sacrata.

Non sa Grace, una convincente Natalie Portman, che il germe del male è ben più vicino di ciò che le appare: è nel venerato suocero Hank (Sam Shepard), militare in passato violento con la sua stessa famiglia perché turbato dai tremendi trascorsi in Vietnam e ancora di più nel suo stesso amato marito Sam, un Tobey Maguire che cresce vorticosamente ad ogni interpretazione.

Sarà infatti proprio Sam, capitano valoroso, fratello modello, padre affettuoso, marito dedito, a fare un viaggio dolorosissimo in sé, nella guerra, nelle sue basezze, perdendo una parte irrinunciabile della sua persona: l’umanità.

Giocato sul doppio piano della prigionia e della morte apparente del capitano Cahill in Afganistan e su quello della vita che procede come può, come sa, in quella profonda provincia americana, in cui le famiglie dei soldati sono la maggioranza, “Brothers” prosegue in un racconto senza soluzione di continuità ma scisso tra questi due piani solo apparentemente inconciliabili.

E così alla casa rinnovata dalle mani di un uomo nuovo – un Jake Gyllenhaal in ottima forma fisica ed attoriale – che trova il riscatto per i propri gravi errori nel doversi prendere cura della famiglia oramai orfana del fratello, fa riscontro un Afganistan fatto di signori della guerra spietati che violano la loro stessa terra e i loro stessi bambini, aggredendo senza sosta e turbamento i due prigionieri americani, il capitano Cahill, appunto, e uno dei suoi uomini, un ragazzo di appena 22 anni.

Ed in questo inferno il capitano Cahill perde tutto, non resiste, vende se stesso, risultando, ovviamente, derelitto alla prima occasione.

Tornato a casa proietta la sua totale follia su tutto e in tutti.

Negli occhi spaventati della figlia maggiore che subito riconosce l’alienità del padre; nel cuore ferito della moglie Grace che, nonostante tutto non aveva saputo cedere, non aveva voluto cedere; nel disprezzo urlato contro un fratello che aveva scelto di seguire la sua parola. Il capitano Cahill diventa una versione deteriore del padre, forse perché l’Afganistan è una versione deteriore del Vietnam.

Remake di un recente film della regista Susanne Bier, “Non desiderare la donna d’altri”, ampiamente rimaneggiato dal regista e dallo sceneggiatore David Benioff, “Brothers” non si può dire sia un film malvagio, ma neppure lo si può chiamare capolavoro.

Intrappolato in scene e costrutti fortissimi non riesce a d emozionare fino in fondo, pur realizzando due immagini che sono un pugno nello stomaco e che, nella mente oramai lapsa del capitano interpretato dal bravissimo Tobey Maguire, quasi fanno da specchio l’una all’altra.

Eppure, “Brothers” resta un film senza ritorno, come dicevo, sospeso tra l’essere e il voler essere e del quale non si intravede, a mio giudizio, la vera reason d’etre (siamo affette da word salad noi MacGnocche. Chi non lo capisce, si leggano i commenti, è fetente! ;-) ).

Unico vero messaggio inalienabile e impagabile della pellicola quello contenuto nella sua ultima frase, pronunciata da un Cahill che piano piano riprende contatto con una verità inconfessabile, tornando in un certo senso alla luce: della guerra, comunque sia intesa, a volte si vede la fine, il difficile, è uscirne emotivamente, ritrovando l’umanità che il conflitto ha travolto con sé.

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5 Comments

ndr
Dec 26, 2009 at 4:55 pm

“reason d’etre” inglese o francese? chi sa(-:
ummm. si voleva andare a vedere, questo film, ma fino ad ora non ho letto cose molto convincenti a riguardo…bella rece, comunque. (-:


 
SuperFigaMegaGiga
Dec 26, 2009 at 5:05 pm

siamo poliglotti noi!!!!
e poi bisogna disorientare i lettori, veh!
Guarda io non è che proprio lo sconsigli, però… vince ma non convince, inZomma!


 
A.
Dec 27, 2009 at 2:44 am

io l’ho trovato piuttosto tremebondo nella sua banalità (e nel doppiaggio fatto coi piedini belli), a parte la geniale battutta della bambina per la quale ho riso per mezz’ora (ma non credo fosse quello l’intento).


 
A.
Dec 27, 2009 at 2:45 am

perseguito dal regista


 
SuperFigaMegaGiga
Dec 27, 2009 at 11:34 am

Sei il solito… ;-)
ma del resto è per questo che ti amo!
ti ricordi quando vedemmo quel terrificante film di de Oliveira, “Un film parlato”, credo fosse, e scoppiammo a ridere, insieme alla nave?!
Siamo due anime lapse.
Questo aspetto del doppiaggio non lo avevo colto, però sì sto film molto onestamente, anzi realmente, non convince!


 

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