Massimiliano Neri incontra una SuperFigaMegaGiga e la trasforma in una netta MacGnoccaTeraByte.
Non voglio nasconderlo: io a Massimiliano Neri sono molto legata, e non so perché.
O meglio non lo sapevo prima di due settimane fa.
Tutto tra noi nacque per il più banale dei motivi per i quali si può conoscere Massimiliano Neri: andai nel suo locale, Kukai Nibu; il ristorante giapponese del quale è proprietario insieme alla diletta sorella Monica Neri.
Sono passati quasi 3 anni e io cliente lì dentro non mi ci sono mai sentita.
Perché, prima di tutto, questa è la tendenza naturale della famiglia Neri, non di rado, infatti, capita di incrociare nel bellissimo locale di Via de Cesare, nelle prossimità di P.zza Trieste e Trento, la mamma di Massimiliano e Monica (donna bella, probabilmente, più dei suoi figli): non esistono clienti da Kukai Nibu, ma ospiti.
Ospiti in un senso giapponese del termine, ma anche napoletano, ma anche greco, ma anche latino, ma anche africano, ma anche brasiliano.
Sembro Veltroni e la mia frase appare senza senso, e non voglio fare una freddura.
Mi spiegherò e bene, spero.
Io tra tutti, forse, sono stata meno cliente degli altri.
Con Massimiliano ho sempre parlato molto, di “cose” se vogliamo anche personali; di lavoro talvolta. Di come muovermi in un mondo, quello della “intrapresa” intellettuale, che mi pareva molto ostico, a Napoli, soprattutto, e come donna, in special modo.
Chiedendo a lui che, sebbene di poco più grande, ha del mondo una esperienza incredibile per mille variegati motivi.
Massimiliano indica le strade, ecco.
Se dovessi definire lui, direi questo.
Ancora prima di considerarlo una delle persone più belle fisicamente che vedrete nella vostra vita, ed è così, indubitabilmente.
Ancor prima, se ne avrete la possibilità, di ammirarne il nitore umano.
Far superare la propria bellezza esteriore ed interiore quando sono così evidenti (non tiriamola per le lunghe è stato in gioventù anche un super modello, ma a livelli internazionali), è capacità singolare, volendo anche un po’ inquietante.
Massimiliano dal punto di vista di una MacGnoccaTeraByte, di un qualunque Thylacino (immaginerete bene quanti ce ne siano), ci riesce in pieno.Supera e fa superare le sue ricchezze dalla sua voglia di comunicare il bello, ma quel bello che è il buono, quel buono che io amo definire il VERO; altri gli darebbero altri nomi.
Chiaramente è un imprenditore, non è il piccolo Buddha, né io, persona ironicerrima, l’avrete capito, son qui a santificarlo.
Eppure è un imprenditore che ha guardato il futuro, investendo i suoi soldi prima e la sua passione poi, o forse la sua inventiva prima e la sua energia fisica poi, in un progetto che poteva anche apparire folle: un ristorante giapponese a Napoli ai margini di quelli che si definiscono Quartieri Spagnoli.
Quegli stessi quartieri che la televisione (ma oramai anche il comune sentire degli stessi napoletani) ci insegna a considerare come i più problematici della nostra città, non considerando che se è una città intera ad avere delle difficoltà, beh allora ogni luogo non è lontano, come si potrebbe dire con Richard Bach.
Un imprenditore che ha saputo tirare nel suo sogno una donna, la sorella, forse più “realista” di lui, ma che adesso è la prima Kukai addicted che lavora, “suda”, immagina tutto per il “loro figlio”, lei che un figlio Me-Ra-Vi-Glio-So ce l’ha in carne ed ossa.
Un ragazzo, questo è poi Massimiliano; un ragazzo come tutti noi, che vince se stesso ogni giorno. E che passa in pochi anni da un piccolo locale ad un grande ristorante, ma rimane sempre lì, in mediotas res, in quella Piazza Trieste e Trento che gli ha portato fortuna.
Quel locale lo rinnova in continuazione ne fa ciò che meglio crede: oltre che ad una ristorazione a mio sommesso avviso (e lo sapete, io altrove, mi chiamo anche le gourmand) di un certo tipo, mi riferisco a collaborazioni artistiche ma anche filantropiche.
Come, ad esempio, il calendario realizzato a favore dell’Unicef, le cui foto, tutte bellissime ancora campeggiano nei locali del ristorante.
Ne fa un piccolo centro culturale, se vogliamo, nel quale ogni dipendente, al di là del cuoco giapponese, viene da una parte diversa del mondo, con tutte le difficoltà burocratiche che il nostro stato ha sempre regalato a chi vuol mettere in regola persone extracomunitarie.
E quando quel locale non gli basta intellettualmente più?
Beh ne fa un altro, il nuovissimo Kukai Nano, dedicato alla cucina indiana.
E poi c’è easysushi, progetto internet di pronta consegna, realizzata, voi non ci crederete, con un taxi.
E tutto questo, avete fiducia in me?, non per smania di guadagno: i Neri per quello che ne posso capire io, non sono chiaramente Francescani, quelli li troviamo nei conventi, ma dei curiosi, amanti del bello, portatori di novità.
Per come conosco Massimiliano -e due persone che hanno avuto anche delle incomprensioni, minime ma le hanno avute, beh un po’ si conoscono – insomma per quel che capisco di Massimiliano Neri lui è quello che era il mercante di epoca post-rinascimentale: l’uomo curioso, eclettico, cosmopolita che era di tutti i luoghi perché era di un solo luogo.
Thanking God il solo luogo di Massimiliano è Napoli, o meglio se stesso; ringraziando Dio io l’ho conosciuto e – dopo l’incontro di cui parlo al prossimo post, una sorta di intervista: Dott.ssa Donatella Gallone i suoi insegnamenti giornalistici sempre, sempre, sempre in testa, nella pancia e nel cuore – posso dirmi sua amica.
[...] Ogni promessa è debito. [...]